“Golconda” di Magritte: il mistero della realtà

Esistono quadri capaci di darti un senso di pace immediato, quadri che non vogliono dire nient’altro oltre a ciò che la nuda immagine mostra. Esistono quadri semplici che vogliono solamente essere ammirati, creati da artisti che altro non chiedono che la gloria popolare. Poi ci sono quadri che, come molti libri, chiedono molteplici riletture. Opere dalla portata enorme in cui ogni osservatore può trovare un significato diverso. Queste opere vogliono smuovere coscienze molto spesso, vogliono lanciare messaggi: i loro artisti sfidano il mondo a comprenderle e a riflettere realmente.

 

Per René Magritte un quadro doveva essere un mistero profondo, qualcosa che suscitasse una riflessione e che avrebbe potuto svelarsi solo nella mente dell’osservatore. Un quadro per lui doveva liberarsi del senso di realtà, ribellarsi alla concezione borghese dell’arte che aveva come scopo primario quello di realizzare un prodotto capace di piacere ai più. «L’arte per compiacere» era questo il principio che Magritte non poteva tollerare, così cercò di distruggere questo codice di base attraverso le sue opere: proprio questo accade in Golconda.

 

Compiuta nel 1953, Golconda si compone di tre elementi: sullo sfondo un cielo chiaro, alcuni palazzi e infine una grandissima quantità di uomini. Questi elementi sono dipinti in maniera standardizzata: sono tutti equidistanti, indossano lo stesso abito con l’immancabile bombetta, posano tutti quanti con un portamento rigido e altero, e l’unica variazione presente tra uomo e uomo è l’orientamento. Alcuni sono rivolti verso destra, altri invece verso sinistra, ma nessuno di loro guarda in alto o in basso, così le loro figure sono quasi indistinguibili. In questo fiume umano l’individualità sparisce, il mondo appare come una replica anonima dove non esistono differenze.

 

Quest’uomo replicato scende dall’alto come la pioggia, proiettando la sua immagine su ciò che lo circonda. Man mano che la visuale si allontana, le capacità prospettiche dell’opera danno l’illusione che gli uomini più distanti siano effettivamente gocce d’acqua scese dal cielo. Questo porta l’attento osservatore provare due emozioni contrastanti suscitate da una diversa interpretazione dell’opera. Da una parte può nascere un sentimento di profonda positività avendo l’idea di essere davanti a un opera che vuole rappresentare un miracolo, vale a dire l’uomo che impara a volare. Ma dall’altra è possibile ricavare una profonda angoscia da questo: Magritte disegna, come visto, solo uomini identici. Il suo scopo è quello di mostrare una meccanicità tipica della routine, di evidenziare la standardizzazione, di estirpare le diversità. Perché quello a cui la Golconda fa riferimento è il rapporto tra l’uomo ed il lavoro, dove ci sono regole, atteggiamenti e compiti che l’uomo deve svolgere indistintamente ritrovandosi poi assolutamente omologato. L’opera vuole mostrare come la società moderna sopprima le peculiarità proprie ad ogni uomo, non considerandolo più tale ma vedendolo adesso come una risorsa umana, come un fattore economico. Questo punto di vista a fronte dell’interpretazione dell’opera, al contrario di quello precedente che era in grado di suscitare magia e speranza, non può che dare forma ad un radicato senso di angoscia.

 

Magritte ha la straordinaria capacità di utilizzare il surrealismo come sguardo lucido e critico sulla realtà. Il suo modo, dunque, per combattere la concezione che vuole utilizzare l’arte per compiacere l’osservatore, è quello di mostrare attraverso l’arte e il talento alcune realtà del mondo che nessuno ha la capacità di constatare.

 

Il mistero delle opere di Magritte mirerà sempre a mostrare porzioni di realtà, senza mai confonderla con la sua vita personale e le sue esperienze, mostrando ai posteri la sua stessa vita come un mistero, non rivelandoci quasi niente di personale.

 

Di Margherita Vitali, Frammenti, 17 ottobre 2015

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