Francesco Solimena, tra sacro e profano

Di Vincenzo Fiore

Francesco Solimena nacque a Canale di Serino nel 1657, da Angelo e Marta Resigniano. La prima segnalazione della formazione del pittore si deve all’Orlandi (storico dell’arte), il quale ci dice che «imparò da suo padre Angelo». Secondo il De Dominici (storico dell’arte), nonostante Angelo fosse già un pittore di un certo livello, predestinò il figlio agli studi giuridici «per avanzar la casa», ma una volta che Vincenzo Maria Orsini (futuro Papa Benedetto XIII) vide i disegni del giovane Francesco, rimase esterrefatto per il talento precoce di quest’ultimo, tanto da convincere Angelo di incamminare il figlio nel mondo delle belle arti, per non far torto alle sue inclinazioni naturali e non rifiutare il dono che «Iddio gli aveva conceduto», profetizzando che il giovane Francesco avrebbe fatto la storia. Dopo una breve esperienza a Napoli presso la scuola del Di Maria (pittore di prim’ordine del periodo Barocco) «uomo troppo difficoltoso, e sofistico in maniera di pittura», Francesco tornò nella bottega paterna per perfezionare il suo stile, guardando agli esempi del Cavalier Calabrese (Mattia Preti, pittore napoletano) e del Lanfranco (pittore parmigiano). Nella seconda metà del Novecento, sono emersi nuovi studi volti a comprendere i primi lavori del giovane Solimena accanto al padre. Secondo alcuni studiosi, il primo lavoro di collaborazione fra i due pittori è la “Visione di San Gregorio Taumaturgo” (1672 post quem) nella chiesa di San Domenico di Solofra. Il tema dell’opera, ripreso da Angelo a Mannesi (Na) e a Gravina (Ba), riporta l’episodio della vita del Santo relativo all’apparizione della Vergine e raffigura San Giovanni Evangelista con un libro aperto in atto si svelare il mistero della fede. Il primo momento di collaborazione fra i Solimena, che mette d’accordo i critici, è invece l’affresco del “Paradiso” dell’arciconfraternita del Rosario di San Prisco a Nocera Inferiore, opera nella quale, secondo il Pavone (storico dell’arte), Francesco «porta una palpitante convivenza l’antica forza naturale con le spinte eversive della tumultuosità barocca». Tuttavia, fino a questo momento siamo dinanzi ad un Francesco che non si esprime in totale libertà, condizionato dagli esiti paterni. La personalità di Francesco verrà fuori nella tela “Estasi di Santa Rosa da Lima” di Angri, contraddistinta da un’inconsueta impaginazione compositiva, ritenuta da Sinigalliesi (storica dell’arte) un precedente significativo della “Madonna del Rosario” di Berlino. Gli elementi ascrivibili a Francesco, sono senza dubbio: la presenza della colonna dorica (firma del periodo giovanile), gli elementi arborei e il brano di natura morta. Intorno al 1680 andrà collocata la “Sacra Famiglia” di collezione privata (Na), anch’essa frutto di collaborazione. Si tratta di un tema spesso riproposto dai due artisti, come si evince dalla Chiesa di San Matteo a Nocera Inferiore e nel recente dipinto ritrovato a Capocastello di Mercogliano (Chiesa di Santi Pietro e Paolo), da attribuire al Solimena padre. Con l’inizio dei rapporti con il vescovo De Tura, viene dipinto “San Michele che scaccia gli angeli ribelli” nel Duomo di Sarno, dove l’impostazione iconografica rimanda al modello del Reni (pittore e incisore) nella Chiesa dei Cappuccini a Roma e dove verranno inglobate allegorie del martirio del Cristo. Una tela omonima sarà dipinta da Francesco a San Giorgio (Sa). Ancora a Nocera Inferiore, da segnalare “San Michele che intercede per un’anima del Purgatorio” (1683), tela che segnerà un’interruzione temporanea nel percorso comune dei due artisti, a causa dei crescenti impegni del Solimena figlio con gli ordini religiosi a Napoli. Fra le recenti acquisizioni, di maggior rilevanza, nel circuito dei due Solimena, sicuramente vanno inseriti gli affreschi dell’oratorio di Santa Maria delle Grazie (Cava de’ Tirreni), ciclo compromesso in molte delle sue parti, dove si scorge ancora un interesse naturalistico sugli esempi del caravaggismo; e in secondo luogo il “Cristo confortato dagli angeli” (1681) nella S. S. Trinità di Baronissi, dove viene dipinto l’episodio biblico tratto dal Vangelo di Matteo 4:11, nel quale il Cristo dopo aver rifiutato l’ennesima tentazione da parte del demonio, viene assistito dagli angeli. Passando all’analisi della produzione autonoma di Francesco, sarebbe impossibile ricordare qui la vastissima attività dell’artista e, di conseguenza, la citazione delle sue opere sarà solo parziale. Per un’esaustiva esposizione delle tematiche riportate, non si può che rimandare ad uno degli ultimi studi sull’artista di Simona Carotenuto, “Francesco Solimena. Dall’attività giovanile agli anni della maturità (1674-1710)”, Edizioni Nuova Cultura, Roma 2015. Tra i primi dipinti eseguiti per la committenza privata, c’è “Lot e le sue figlie” conservato nel Museo de Arte di Ponce (Portorico), datato intorno al 1674-1675. Opera inizialmente attribuita al Pellegrini (artista veneto), restituita al giovane Solimena dal Bologna. Gli studiosi hanno individuato in quest’olio su tela il passaggio dall’antica lezione naturalistica del Guarini (maestro del padre Angelo) al baracco giordanesco, percepibile nelle potenzialità luministiche spinte fino ad effetti abbaglianti. Passando poi al ciclo napoletano del Gesù Nuovo, dove Francesco entrò in contatto il Giordano e dove due si «amarono vicendevolmente», seppur non collaborando, ammirando gli esempi passati del Lanfranco. Vanno ricordati gli interventi decorativi in Santa Maria Donnaregina (Na), dove Francesco opera per gli affreschi del coro (“Scene della vita di San Francesco e Santi” del 1684) e nella cappella di San Francesco (“San Francesco riceve i simboli sacerdotali” del 1688). I lavori del coro, effettuati grazie alla mediazione dell’Arcivescovo Caracciolo, si sono purtroppo deteriorati nel XX secolo. Secondo il Bologna siamo difronte ad uno stile dichiaratamente barocco, filtrato dalla lezione del Giordano e del Lanfranco. Nel 1952 è stato attribuito al Solimena junior un olio su tela, conservata nel Louvre dal titolo: “Sogno di San Giuseppe”. Nella decorazione della sagrestia di San Paolo Maggiore, dove il pennello sublime del Solimena «fa ammutir le lingue omicide», siamo dinanzi ad un Francesco “eretico”. Infatti, oltre a riportare l’episodio della “Conversione di San Paolo”, il pittore dipinge la “Caduta di Simon Mago”, episodio negli apocrifi “Atti di Pietro”. Con il dipinto della caduta del Mago, Francesco inaugura gli anni novanta del Seicento e un cambiamento radicale dello stile, nel quale diventeranno prevalenti la grandezza del disegno del nudo e «maestà ne’ panneggiamenti». Esiste anche un Solimena “profano”, attento all’epica, alla letteratura e alla storia, come testimoniano: “Disputa fra Apollo e Marsia” (1678), “Rinaldo e Armida” (1678-80, tratto dalla “Gerusalemme liberata” di Tasso”), “La continenza di Scipione” (1684 circa, tratto da Polibio che racconta la presa di Cartagine), “Venere assiste Enea ferito” (“Eneide” di Virgilio”) e “Priamo che chiede ad Achille il corpo di Ettore” (“Iliade” di Omero). Nel 1692 durante i lavori nel Gesù Vecchio a Napoli, mentre il Solimena dipingeva il “Trionfo di Sant’Ignazio”, cadde il tavolato e accidentalmente uccise un suo collaboratore. Difficile stabilire i danni effettivamente riportati da Francesco in quell’occasione, in seguito alla quale sappiamo che esigerà maggiori condizioni di sicurezza durante i suoi lavori. Dopo aver lavorato quasi esclusivamente nei territori del napoletano, a Nocera de’ Pagani (nome con il quale si indicava un’ampia porzione dell’odierno agro-nocerino-sarnese) e nei paesi limitrofi, grazie al carteggio con il prefetto dell’abbazia di Montecassino Erasmo Gattola, riusciamo oggi a fissare gli spostamenti del pittore fra Roma e Montecassino fra la fine del Seicento e gli inizi del Settecento, periodo nel quale si verranno a saldare gli interessi verso la cultura arcadica e gli artisti coevi, impegnati nel percorso di depurazione delle componenti barocche in chiave classicista, sulla scia del Maratta (pittore e restauratore). A causa dei bombardamenti del 1944, durante la liberazione dal nazi-fascismo, le opere di Montecassino sono andate distrutte, ma sono tuttavia note grazie a dei bozzetti conservati a Tolone e Budapest. Nel 1702 Francesco viene convocato da Filippo V per dipingere il suo ritratto per la Reggia di Caserta. Nel 1703 il pittore ritrae a Roma “Clemente XI che veste monaca la nipote” (Olimpia Albani), di cui esiste un bozzetto conservato al British Museum di Londra. Infine, va segnalato il periodo della committenza veneta, nel quale il Solimena si fa fautore di un orientamento anti-naturalistico e anti-barocco, ponendosi come alternativa all’orientamento “decorativo” ormai prevalente in area veneta. Di questa fase, gli studiosi hanno identificato sette tele autografe di un inventario risalente al 1787 appartenente ad una ricca e celebre famiglia di editori: i Baglioni. Successivamente, siamo difronte ad una graduale articolazione dell’attività del Solimena nei diversi rami della arti, partendo da radici maturate in ambito disegnativo per spaziare nei campi della scultura, architettura e decorazione, secondo un processo di elaborazione che partiva dalla progettazione di elementi accessori fino a giungere alla realizzazione di interi complessi. Un caso emblematico di questa sua capacità, è l’esecuzione dell’altare della cappella dedicata a San Gennaro nel Duomo di Napoli. Infine, nel quarto decennio del XVIII secolo, il vescovo de Dominicis decise di riedificare il campanile della Cattedrale di Nocera Inferiore, progettato da Francesco Solimena. Fra gli allievi più importanti del pittore ricordiamo: Paolo di Falco, Paolo Gamba, Ferdinando Sanfelice Domenico Antonio Vaccaro, Romualdo Formoso e Michele Foschini. Lo stile del Solimena non solo influenzerà la grande arte napoletana, ma avrà i suoi influssi sull’intera pittura europea, ponendosi come modello per artisti del calibro di Jean-Honoré Fragonard, Francisco Goya e François Boucher. Francesco Solimena morì novantenne a Barra, quartiere napoletano, dove ancora oggi sono conservati i suoi resti nella chiesa di San Domenico.

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