Philosophia Ancilla Theologiae. Estraneità al senso di storicità della Scolastica

Di Giuseppe Pasquali

Spezzare il Tempo e il suo divenire non è mai un atto neutro; questo vale per la storia umana quanto, ovviamente, per quella del pensiero, quindi della filosofia.

Nel momento in cui andiamo ad individuare fasi cronologiche, periodizzazioni e scansioni temporali agiamo mediante concetti formali e normativi artefatti, congiunturali, la cui provvisorietà è determinata dal momento storico in cui siamo calati e dal quale osserviamo un tempo a noi antecedente.

Giudicare un punto della Storia da un altro punto di essa presenta sempre problemi conoscitivi e rischi in materia di giudizio.

Una storia mutabile, quindi, nello stesso modo in cui le società e le epoche in corso mutano, valutazioni che seguono traiettorie in continua evoluzione in quanto fondate su convenzioni che variano al variare di sensibilità, gusto e stagioni intellettuali.

Un passato caratterizzato dal costante mutamento, non fisso, cristallizzato nella sua partizione temporale bensì in continuo cambiamento ed evoluzione, organicità e complessità, allo stesso modo del presente.

Il Medio Evo, inteso come epoca distinta nel suo dispiegarsi storico, non è altro che una costruzione ideologica, una definizione a posteriori per un periodo che nelle sedimentazioni erronee del pensiero comune ha acquisito non solo metafore banali per descriverlo ma anche caratteri deteriori: oscurantismo, uniformità di pensiero, dogmatismo assoluto e assenza di spirito critico.

Questa svalutazione, sul cui velo solo nel Novecento si sono aperti i primi squarci di autentica ricerca storiografica organica, non ha lasciato indenne nemmeno il pensiero filosofico, mettendo in evidenza un processo di caricaturizzazione i cui principali “colpevoli” sono l’Illuminismo e, più tardi, l’Idealismo tedesco.

Nessuno come Hegel incarna, nel suo pensiero, questo fraintendimento, forse determinato non da assenza di conoscenza in merito a questo periodo storico bensì da un giudizio aprioristico sull’epoca in questione che ne ha precluso qualsiasi approfondimento.

Nelle sue “Lezioni sulla Storia della Filosofia”, in un’esposizione paradigmatica di quello che si potrebbe etichettare come pangermanismo, nega alla Scolastica lo status di incarnazione della filosofia nell’età medioevale e afferma che questa si sviluppa “al di là del tempo”, presentando quindi un carattere atemporale, una disciplina priva di zeitgeist, cioè di uno spirito del tempo.

Vediamo quindi come il filosofo tedesco ostenti disprezzo per un periodo storico che liquida in poche righe nella convinzione che vada attraversato con gli “stivali delle sette leghe”.

Ad una prima analisi, soffermandoci su questo perentorio giudizio di Hegel, potremmo semplicemente classificarlo come dettato da una visione distorta e superata in cui i pregiudizi, la maggior parte dei quali provenienti dall’epoca in cui l’idealista scrive, si sostituiscono ad una visione d’insieme maggiormente aderente alla realtà.

Così facendo, tuttavia, si corre il rischio di liquidare la riflessione hegeliana sul Medio Evo in modo altrettanto frettoloso, perdendo di vista la reale complessità concettuale di quello che viene comunemente accorpato sotto la definizione di “problema Scolastico”, di cui Hegel ha avuto, in realtà, una non sorvolabile intuizione.

La filosofia medioevale, come quella di qualsiasi altro periodo storico si prenda in esame, può essere descritta e caratterizzata soltanto sulla base del suo problema dominante e non da una delle soluzioni che a questo problema furono date.

Il pensiero, in questo frangente, presenta una duplice difficoltà in quanto occorre distinguere il problema della Scolastica, ossia dall’oggetto di ricerca di questa filosofia, dal problema Scolastico, ossia dalle difficoltà di definire un impianto storico-filosofico in cui collocare questa disciplina.

Inteso nei termini sopra esposti, il problema Scolastico può essere agevolmente adoperato per rendersi conto della continuità e, allo stesso tempo, della varietà, delle concordanze così come delle polemiche che vanno a comporre il complesso mosaico della speculazione medioevale.

Di riflesso, ciò che questo concetto alla base del problema Scolastico esclude è il tentativo di considerare la Scolastica stessa nel suo insieme come una sintesi dottrinale omogenea in cui siano unficati e fusi i contributi individuali.

Pertanto, se si vuole cercare una continuità in questa filosofia, nella sua ambivalenza, può essere ricercata sul fondamento dell’unità del suo problema e delle differenze delle sue soluzioni, processo su cui si elabora la periodizzazione della disciplina (Prescolastica, Alta Scolastica, Fioritura e Dissolvimento) in base alla prevalenza dell’una o dell’altra delle soluzioni proposte.

Tuttavia questo sdoppiamento, pur risolvendo in parte la contrapposizione logica e formale insita nella Scolastica, manca di una visione totale, neutra ed esterna a questa tensione, definizione d’insieme che, come avremo modo di vedere, può essere rilevata solo se si prende in esame carattere atemporale di questa.

Inizialmente, per confrontarci com un quesito di tale complessità diviene necessario compiere una disgiunzione inusuale per altri periodi storici ma qui non solo funzionale bensì necessaria nel momento in cui si analizza l’epoca medioevale: quella tra analisi storica e storia del pensiero.

Una scollatura tra un Medio Evo storico e uno filosofico che, dove il luogo comune li vuole aderenti se non sovrapposti, li veda simili nella forma ma dissimili nella sostanza; qui risiede l’autentica bivalenza del mondo medioevale, quel ribaltamento concettuale in grado di spiegare l’insolubilità del problema Scolastico.

Proviamo a formulare il quesito.

Può un pensiero privo di orizzonte temporale, come lo ha definito Hegel, sussistere in un’epoca compartimentata storicamente in cui l’ordine della società sorretto da una gerarchia rigorosa cela un mondo in costante mutamento quale è stato in realtà il Medio Evo?

Come può la Storia, intesa come visione d’insieme di fatti-cerniera, presentare un pensiero fortemente calato nel momento storico in cui si manifesta ma che, essenzialmente, è applicabile ad ogni epoca antecedente o successiva?

Storicamente parlando, gli studi moderni hanno sottolineato più volte come le miriadi di variabili che costituiscono l’eterogeneo sistema politico, economico e religioso rappresentino il dato più pregnante del mondo medioevale.

Anche solo prendendo in esame tale considerazione si vede come la singola etichetta “Medio Evo” non solo non rispetti la molteplicità di caratterizzazioni del periodo, ma risulti anche vuota, una parola fantasma sostituibile con una più pertinente “società medioevali”, maggiormente adatta a descrivere quel contesto e la densità del suo kosmos.

Considerare il Medio Evo come un blocco uniforme, fossilizzando lo stereotipo è quantomeno ridicolo: come è possibile categorizzare e ridurre l’evoluzione dell’Occidente e delle sue innumerevoli società lungo un tempo così dilatato (epoca di cui, oltretutto, è difficile tracciare gli estremi cronologici)?

Nel momento in cui si vuole imporre un idealtipo dell’uomo medioevale partendo da tratti caratteristici non ci si trova dinnanzi ad una vistosa forzatura?

Davanti a queste evidenti costrizioni teoriche, labili archetipi puntellati da termini creati ad hoc, bisogna quindi ammettere come, quello medioevale, fu nei fatti un mondo incontenibile, parcellizzato, incostante, in cui i tratti variabili superavano di gran lunga quelli ricorrenti.

Una non-epoca dove ogni cosa, quasi in risposta alla nostra necessità di tracciare una bisettrice che accomuni i fatti disseminati lungo la Storia, appare difforme da un luogo all’altro, da una regione all’altra, fino ad arrivare alle città e le comunità più piccole.

Ed è proprio nel momento in cui i paradigmi espositivi si allentano, anche quelli riguardanti il modo, se non la necessitàdi storicizzare, emerge la scollatura della Scolastica con l’epoca in cui è calata e con la quale, in apparenza, sembra legata a doppio filo.

Ogni filosofia, come risaputo, è determinata nella sua natura dal problema che costituisce il centro della sua ricerca.

Il problema proprio della Scolastica, ciò che la anima, è quello di di condurre l’uomo alla comprensione della Verità rivelata; la filosofia medioevale, in questo frangente, non è come la filosofia greca dalla quale prende le mosse, cioè una ricerca autonoma che affermi la propria indipendenza critica di fronte alla tradizione come accade, nel IV secolo A.C. con quel superamento del mythos che segna la nascita della filosofia stessa.

La tradizione religiosa è invece mythos fattosi logos nella Scolastica, fondamento e criterio normativo di una ricerca subordinata che ha come punto di origine e, allo stesso tempo, di conclusione, l’avvenimento cruciale che trasforma la Storia da unidimensionale a bidimensionale, un “prima” e un “dopo” che sancisce l’unica e autentica rottura nella tradizione occidentale: la nascita di Cristo.

Tale evento, che può essere visto storicamente come frattura tra un’antichità mitizzata e una modernità da compiersi, si rivela essere invece per il pensiero filosofico il momento che pone in una grande stasi temporalel’autentica ricerca, il solo polo di attrazione che determina l’assenza di storicità nella Scolastica.

La filosofia, esautorata dall’indipendenza che le è propria, diviene per la tradizione religiosa soltanto un mezzo posto fuori dall’epoca: philosopia ancilla theologiae.

Con la nascita di Cristo e l’avvento dell’idea di “rivelazione”, la riflessione concentra tutto il flusso temporale in quel momento preciso che non solo diviene l’oggetto di studi ma che, fondamentalmente nullifica  o relativizza qualsiasi altro evento.

Una ricerca volta totalmente a intendere la Verità incontrovertibile già data nella rivelazione; assistiamo quindi ad un evento spartiacque per la Storia ma totalizzante per il pensiero.

Non c’è spazio per un’indagine volta a trovare altra Verità che non sia ascrivibile nell’orizzonte religioso, fuori dal concetto di divino o formulare ex-novo dottrine e concetti.

Dottrine, concetti e impianti normativi che vengono prelevati di forza dai complessi storici di cui fanno parte e considerati indipendenti dai problemi particolari cui rispondono, attraverso un processo di trasformazione ed adattamento a canoni prestabiliti.

Un ripensamento radicale dell’intero pensiero filosofico, a partire dall’antichità, che spesso sfocia nella distorsione, di cui la stessa Scolastica non ha spesso coscienza a causa dell’appiattiemnto temporale che la caratterizza, astraendola da ogni possibile considerazione storica che non sia formulata in base alla Rivelazione.

Pertanto, se il Medio Evo storico si dimostra difficile, se non impossibile da relegare in un preciso sistema, il pensiero medioevale mette tutto sullo stesso piano, annullando le distanze intellettuali; la Scolastica fa dei filosofi più lontani dalla sua mentalità altrettanti contemporanei cui è lecito togliere i frutti più caratteristici per adattarli alle proprie esigenze, in una speculazione caratterizzata da un’immutabilità di fondo.

Così, ad un Medio Evo “vivo”, sfaccettato e non ascrivibile ad un insieme ben definito si contrappone una filosofia asservita che non solo lo sovrasta ma che si estende su tutta la linea temporale.

Da una parte un’epoca così storicamente autentica da non poter essere compartimentata mentre, dall’altra, un pensiero che annulla la Storia che diventa agiografia della tradizione religiosa.

Davanti a questa inconciliabilità, indipendentemente dal problema speculativo e dalle difficoltà insite nel raffrontare, ricondurre e coniugare i testi filosofici a quelli religiosi, insieme alle loro interpretazioni e implicazioni, ad un’unica idea, quella della Rivelazione divina, l’estraneità al senso di storicità della Scolastica rivela un ulteriore problema, forse lo stesso che ha portato Hegel a rigettarla in toto.

Quale ruolo può ricoprire l’iniziativa razionale dell’uomo nella ricerca della Verità in un oggetto già dato per quanto non conoscibile per sua stessa natura (Dio), in una visione della Storia ricondotta e funzionale ad un solo evento (Rivelazione) e attraverso una filosofia non autonoma bensì subordinata ad un impianto ontologico pre-esistente (ad esempio la celebre prova di Anselmoda Aosta)?

In questi termini, il problema Scolastico si risolve sostanzialmente in un quesito più profondo e ancora aperto e sul quale vi sarà sempre da riflettere: la libertà dell’uomo.

 

 

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