La polvere dietro a un mondo di statue. I ritratti di Emil Cioran

Di Vincenzo Fiore

«Il ritratto come genere è nato per lo più dal risentimento e dall’esasperazione dell’uomo di mondo che ha frequentato troppo i suoi simili per non aborrirli. Per quanto sfibranti siano le prove cui è sottoposto, non saranno mai paragonabili a quelle – uniche, impossibili da surrogare – che deve affrontare il solitario». Fra gli inizi del Seicento e la fine del Settecento, nasce e si sviluppa in Francia un genere destinato a essere ricordato come una caratteristica, quasi esclusivamente peculiare, di quest’arco temporale: il ritratto letterario. In poche pagine vengono stilati i profili di persone illustri dell’epoca, da grandi uomini politici come Napoleone (descritto da De Plat come «un guazzabuglio metà manto regale, metà costume da arlecchino»), a filosofi come Rousseau (rappresentato da Madame de Genlis come un ipocrita che si travestiva delle sue menzogne). Emil Cioran, che era un divoratore di biografie e di libri di memorie, decise di allestire – in maniera assolutamente atipica e apparentemente sconclusionata – un’«Antologia del ritratto. Da Saint-Simon a Tocqueville», ora pubblicata in lingua italiana dalla casa editrice Adelphi. Qual è il solo metro di giudizio universale per misurare l’esatto valore di uno spirito e di un’esistenza? Quando Māra, il dio della morte, con minacce e violenze cercò di conquistare il mondo, scrive Cioran, Buddha per distoglierlo dalle sue pretese gli chiese: «Hai sofferto per la conoscenza?». Māra, che non aveva conosciuto la sola via che porta alla verità, fu costretto allora a ritirarsi. Perché è soprattutto dal dolore e dal numero di sconfitte che si determina la profondità di un individuo. E quello che ci mostra Cioran, attraverso le parole di altri, è soltanto una disamina più accurata che svela la polvere dietro a un mondo statue. E se qualcuno dovesse chiedersi a cosa serve oggi leggere ancora dei ritratti e delle biografie, Cioran risponderebbe: «Divorare una biografia dopo l’altra per persuadersi meglio dell’inutilità di qualsiasi impresa, di qualunque destino».

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