Die fröhliche Wissenschaft. Appunti su “La gaia scienza”.

Di Vincenzo Fiore

 

La biografia di Nietzsche dall’estate 1881 all’estate 1882:

Nell’esaminare qualsiasi opera nietzscheana è opportuno tener presente l’elemento biografico, che si interseca in modo non trascurabile con la sua produzione filosofica. Nietzsche nel periodo che va dall’inizio di luglio alla fine di settembre 1881 si trova a Sils-Maria, dove legge Friedrich Anton Heller von Hellward e il volume della Geschichte der neueren Philosophie di Kuno Fischer su Spinoza. Il 30 luglio scriverà a Overback: «io ho un precursore e che razza di precursore!». Nietzsche rimane folgorato dal pensiero dell’eterno ritorno dell’identico, «6000 piedi al di là dell’uomo e del tempo», mentre passeggiava tra viottoli che costeggiano il lago di Silvaplana. In questo periodo si alternano in Nietzsche periodi di grande depressione e di grande euforia, durante i quali inizia a riflettere su problemi scientifici. Il 22 settembre a Peter Gast scriverà: «questi sono momenti pericolosi, ho vissuto vicino alla morte». Nietzsche passerà poi quattro mesi a Genova, a metà dicembre comincia lavorare alla «continuazione di Aurora». Il 25 gennaio invia a Gast «continuazione di Aurora» e afferma di aver vissuto il gennaio più bello della sua vita. Il 13 marzo Paul Rée a Roma conosce Lou von Salomé, fervente ammiratrice di Wagner e ne parla a Nietzsche. Contemporaneamente ad Overback scrive di aver bisogno di aver vicino una giovane capace di poter lavorare con lui e di esser disposto a contrarre un matrimonio per due anni. Dalla sorella apprende che l’antisemita Bernhard Forster, che quattro anni dopo diventerà suo cognato, si presenta a Berlino come suo seguace. Ad aprile Nietzsche sosta brevemente a Messina, dove rimarrà entusiasta per aver incontrato una terra e degli uomini amabili. Successivamente, salendo la penisola, sosterà a Roma da fine aprile ai primi di maggio, dove conosce Lou. Insieme a Rée, i tre, fanno progetti per studi comuni. Nietzsche passerà un breve periodo in giro fra Orta, Lucerna e Basilea dove una seconda proposta di matrimonio fatta a Lou, gli sarà nuovamente respinta.

Mentre si trova a Naumburg vengono pubblicati gli Idilli di Messina.  A Rée scrive di aver assunto un vecchio commerciante in bancarotta per trascrivere La gaia scienza sotto la dettatura di Elisabeth.  Il testo portato a termine dal «più asino degli scrivani» è ormai pronto per la stampa.

Nel periodo che va dalla fine di giugno alla fine di agosto, Nietzsche si trova a Tautenburg. A Lou confessa che ogni volta che parla di lei si sente turbato, poiché i suoi sentimenti sono pur sempre cose “umane troppo umane” e, con la sua saggezza cresce anche la sua stoltezza. Con l’aiuto di Gast corregge le bozze de La Gaia Scienza. Il 24 luglio Lou incontra Elisabeth per il festival del Parsifal. In un successivo incontro a Jena Lou reagisce a diversi rimproveri di Elisabeth e le rivela che Nietzsche sarebbe disposto per un matrimonio libero, da allora la sorella indignatosi diventerà una nemica giurata della giovane russa. Il 20 agosto Nietzsche riceve i primi esemplari stampati de La gaia scienza.

 

Titolo:

Il titolo proviene da un’espressione coniata originalmente dai trovatori provenzali del XII secolo per definire l’arte della poesia. In Ecce Homo scrivendo de La gaia scienza, a proposito delle Canzoni del Principe Vogelfrei, si trova: «[…] il concetto provenzale della “gaya scienza”, in quell’unità di cantore, cavaliere e libero spirito con la quale quella meravigliosa prima cultura provenzale risalta su tutte le culture ambigue; soprattutto l’ultimissimo poema, “Al Mistral”, una sfrenata canzone a ballo, con la quale, con vostra licenza! Si scivola via danzando sulla morale – è un “provenzalismo” perfetto…».

 

Motto e struttura:

Il frontespizio della prima edizione del 1882 recava in epigrafe una citazione dai saggi di Emerson: «Per il poeta e per il saggio tutte le cose sono care e venerabili, ogni esperienza è utile, ogni giorno è salvifico, ogni uomo è divino».

Emerson è sostituito dallo stesso Nietzsche sul frontespizio della seconda edizione con questi suoi versi: «Nella mia propria casa abito io, / Mai nessuno ho in qualcosa imitato / E sempre mi burlai d’ogni maestro / Che se stesso non avesse burlato».

Il Libro V, assieme alla prefazione e all’appendice poetica, fu aggiunto alla seconda edizione datata 1887.

 

Prefazione:

«Forse questo libro ha bisogno non di una sola prefazione», così Nietzsche inizia la prefazione per avvertire il lettore della vastezza e complessità del testo. Un saggio scritto nel linguaggio del vento australe in cui vi è tracotanza e tempo d’aprile. Saggio che ci fa rammentare costantemente tanto la vicinanza dell’inverno quanto la vittoria che sta venendo, ma che forse è già avvenuta. «Gaia scienza» vuol significare i saturnali dello spirito, scrive il filosofo. È il testo di chi ha resistito con pazienza a una lunga, orribile oppressione, e che ora d’un tratto è invaso dalla speranza di salute, dall’ebbrezza della convalescenza. Questo libro è un tripudio dopo una lunga privazione e sfinimento. In conclusione della prefazione Nietzsche avverte che non debba passare sotto silenzio il fatto che da tali abissi, si torna indietro rinati, con la pelle cambiata, più suscettibili più maliziosi, con gusto più sottile per la gioia, con un palato più fine per tutte le cose.

 

Scherzo, Malizia e Vendetta:

Capitolo composto da brevi sessantatré aforismi scritti in tono appunto malizioso, vendicativo e a volte anche ironico come si può notare dagli aforismi: 19 il seduttore involontario  e 21 contro la vanagloria. Importante sottolineare l’aforisma 44 Chi va in fondo, nel quale Nietzsche rigetta l’etichetta di indagatore affermando «Io sono soltanto pesante», un pesante che cade di continuo e cade fino in fondo. Infine l’aforisma 54 Al mio lettore, nel quale Nietzsche augura ai propri lettori di avere buoni denti e buono stomaco, al fine di poter digerire il libro e per poi poter andare d’accordo con lui.

 

Libro I:

Il primo libro si apre con l’aforisma I teorici del fine dell’esistenza: in cui Nietzsche dice tutti gli uomini sono impegnati nel compito di conservare la specie, impegno non scaturito da un sentimento d’amore ma dal più antico e spietato istinto, essenza del nostro gregge. Anche il più dannoso degli uomini è il più utile nell’economia della conservazione della specie in quanto conservatore di istinti senza i quali l’umanità sarebbe infracidita: malvagità, odio e brama di dominio. Sono stati gli spiriti più vigorosi e malvagi ad aver spinto innanzi l’umanità, essi riaccesero le passioni prossime ad assopirsi – società ordinate ammazzano le passioni – essi ridestarono il senso del confronto, della contraddizione e il piacere delle cose nuove, con le armi, con abbattimenti di confine, infrangendo culti ma anche creando nuove religioni. Per il momento la commedia dell’esistenza non è ancora divenuta cosciente di se stessa, per il momento è ancora il tempo della tragedia, il tempo delle morali e delle religioni. Forse però c’è ancora un tempo per l’avvenire del riso, sarà quando la massima «la specie è il tutto, uno è sempre nessuno» si sarà incarnata nell’umanità, cioè quando il riso alleatosi alla saggezza, darà vita ad una “gaia scienza”.

Tutte le etiche finora sono state assurde. L’uomo è divenuto gradatamente un fantastico animale che deve assolvere ad una condizione di esistenza in più rispetto ad ogni altro animale: in quanto l’uomo deve ritenere di sapere perché esiste, la sua specie non può prosperare senza una periodica fiducia nella vita.  Vivere significa essere crudeli e spietati contro tutto ciò che sta diventando debole e vecchio, vivere vuol dire essere senza pietà per i moribondi, essere sempre nuovi assassini.

Ai più manca coscienza intellettuale, non trovano disprezzabile credere senza essersi interrogati sulle fondamenta di questa fede. Non vi è dunque in molti un’esigenza della certezza, cioè quello che distingue uomini superiori e inferiori. Non porre dei problemi, non avere questa brama e ciò che Nietzsche chiama spregevole. La coscienza è l’ultimo e più tardo sviluppo dell’organico e di conseguenza anche il più incompiuto e depotenziato, in essa hanno radice innumerevoli errori che provocano la morte prima del necessario. Se la conservazione degli istinti non fosse così potente come regolatore, l’umanità perirebbe per i suoi giudizi errati e il suo fantasticare. Poiché gli uomini credevano di possedere la coscienza, si sono dati scarsa premura di acquistarla.

Nietzsche prosegue nel testo, iniziando ad interrogarsi sul tema della scienza. Il filosofo si chiede se l’ultimo obiettivo della scienza sarebbe quello di procurare all’uomo il massimo piacere e il minimo dispiacere. Riprendendo una tesi stoica, quella secondo cui chi è disposto a raggiungere il massimo del piacere, deve essere anche pronto per patire il massimo del dispiacere, viceversa, accontentandosi del minimo piacere, bisognerebbe sopportare solo il minimo dispiacere, il filosofo risponde che sta agli uomini decidere a cosa mirare, la scienza è nota per rendere l’uomo più freddo, ma probabilmente, in futuro, potrà apportare all’uomo il massimo del piacere.

Negli ultimi secoli si è promossa la scienza sia perché con essa si sperava di comprendere la bontà divina, tema caro agli inglesi e a Newton; sia perché la si credeva utile per l’intima unità morale e per il raggiungimento della felicità, secondo una visione francese, in particolare di Voltaire; infine per amare in essa qualcosa di disinteressato, innocente ai cattivi istinti, come credeva Spinoza. Si è promossa la scienza dunque sulla premessa di tre errori.

La scienza ci meraviglia della stabilità che può offrire, in antico si era allo scuro di questa incostanza di ogni cosa umana, il costume dell’eticità sosteneva che l’intera vita interiore fosse fissa. La nostra beatitudine oggi invece è quella del naufrago che ha raggiunto la terra ferma e sia pianta con tutti e due piedi sulla terra, meravigliandosi che non vacilli.

Infine mentre altrove si scaglia contro il concetto di “apparenza” dei metafisici, al tempo stesso sviluppa una concezione del mondo come menzogna, come un qualcosa di assai simile all’apparenza, come si può ricavare dall’aforisma 54 la coscienza dell’apparenza, nel quale è riassorbita questa stridente antinomia in una visione contemplativa.

 

 

Libro II:

Il secondo libro inizia con un attacco ai realisti, coloro che si sentono corazzati contro la passione e i capricci della fantasia, presuntuosi di sapere come sia il mondo, creature oscure simili ad un artista innamorato, essi si portano appresso vagheggiamenti dei secoli trascorsi, il loro amore per la realtà è un antichissimo amore. Per noi non ci sono realtà, dice Nietzsche, e la nostra volontà di tirarci fuori dall’ebbrezza è altrettanto rispettabile quanto la loro convinzione d’essere incapaci di ebbrezza.

Mi è sempre costato sforzo capire, continua il filosofo, quanto siano più importanti i nomi dati alle cose piuttosto che quel che esse sono. Gli errori vengono cuciti addosso alle cose come un vestito fino a diventare carne stessa della cosa. Fin dal principio la parvenza ha finito quasi sempre per diventare sostanza. Chi pensa che il rinvio all’origine della cosa annienti questo mondo ritenuto sostanziale è pazzo, solo in quanto creatori si può annientare.

Il testo prosegue facendo un parallelismo fra la condizione dell’amante verso la donna e la condizione dell’adoratore di Dio verso le leggi di natura e le scoperte scientifiche. «Noi artisti, dissimulatori della realtà, nottambuli diurni» se amiamo una donna, finiamo facilmente per odiare la natura al pensiero di tutte le ripugnanti circostanze naturali a cui una donna è sottoposta, ci sentiamo offesi dalla natura, ci tappiamo le orecchie contro tutta la fisiologia. «L’uomo sotto la pelle» è qualcosa di esecrabile e inconcepibile, una bestemmia contro l’amore. Ebbene, come oggi è il sentimento dell’amante per la naturalità, fu una volta il sentimento per ogni adoratore di Dio, per quello che gli astronomi, geologi dicevano sulla natura. Le leggi di natura erano viste come una calunnia contro Dio. L’amante e l’adoratore di Dio sognano prima ancora di addormentarsi.

Nietzsche prosegue l’opera con riflessioni sui greci, su alcuni autori e personalità varie. Da filologo, avverte che non occorre mai tener fede alle biografie, com’è noto Alfieri ha mentito per sforzarsi di costringersi poeta. Per Nietzsche occorre leggere con cautela anche la VII lettera platonica, la Vita nuova dantesca e la biografia di Rousseau.

I maestri di prosa sono stati anche dei poeti, pubblicamente o non. Tralasciando Goethe che ha i natali in un altro secolo, Nietzsche elogia fra i suoi contemporanei: Leopardi, Mérimée, Emerson e Landor, unici degni d’essere chiamati maestri di prosa.

Nietzsche osserva che i popoli da lui definiti inferiori, accolgono dalle nuove civiltà superiori prima i vizi e le debolezze a causa del fascino che destano e solo dopo fanno traboccare su di loro i valori della nuova cultura. Così come fanno i discepoli con Schopenhauer, che anziché accogliere temi fondamentali della sua filosofia come l’antinomia tra essere e volere o la sua questione intorno alla Chiesa e al dio cristiano, si lasciano ammaliare dall’indimostrabile teoria della volontà unica o da quella della negazione dell’individuo. Poi si sofferma sul più famoso schopenhaueriano vivente: Wagner. A quest’ultimo è accaduto quel che già è occorso a parecchi artisti, si ingannò sul senso delle figure che aveva creato e non seppe discernere l’inespressa filosofia dalla sua stessa arte. Nulla è più contrario allo spirito di Schopenhauer quanto le caratteristiche degli eroi di Wagner, dall’innocenza dell’egoismo più alto, alla fede nella grande passione come bene in sé, cioè quello che c’è di sigfridiano nei suoi eroi. Schopenhaueriano in Wagner è, invece, lo scatto iroso contro la corruzione della lingua tedesca, l’antisemitismo, il tentativo di concepire il cristianesimo come granello disperso del buddhismo e infine la passione per gli animali.

La gaia scienza è nella vita di Nietzsche uno scritto centrale non solo per una questione cronologica ma anche per quanto riguarda l’opposizione fra arte e scienza, già il titolo dell’opera annuncia una risoluzione: il combattimento interiore non porta ad eliminare uno dei contendenti ma a fondare una coesistenza, in una sfera trasfigurata. Questa è davvero salute per poter essere poeta e scienziato assieme, per poter esercitare una scienza non imbronciata, né impettita né soltanto seria.

Il secondo libro si conclude con un’ultima gratitudine verso l’arte. Se l’uomo non avesse approvato le arti ed escogitato questa specie di culto del non vero, la cognizione dell’universale menzogna e falsità che oggi ci è fornita dalla scienza, il riconoscimento dell’illusione e dell’errore come condizioni dell’esistenza conoscitiva e sensibile, non sarebbe affatto sopportabile. Le conseguenza dell’onestà sarebbero la nausea e il suicidio. Gli uomini però hanno inteso l’arte come la “buona volontà della parvenza”. Occorre a volte riposarsi, dice Nietzsche, ridendo o piangendo su di noi da una distanza di artisti, dobbiamo cioè scoprire l’eroe e il giullare che si cela nella nostra passione della conoscenza, rallegrarci della nostra follia per restare contenti della nostra saggezza. Ogni arte tracotante è necessaria per non perdere quella libertà al di sopra delle cose che il nostro ideale esige da noi. Dobbiamo saper sovrastare anche la morale senza aver paura di cadere e senza vergogna, per questo non si può fare a meno né dell’arte, né del giullare.

 

Libro III:

Il libro che potrebbe essere definito delle “ombre di Dio”. Dopo che Buddha fu morto, si continuò per secoli ad additare la sua ombra in una caverna. Dio è morto ma stando alla natura degli uomini, ci saranno ancora per millenni caverne in cui si additerà la sua ombra. E noi dobbiamo vincere la sua ombra, dice Nietzsche. Nel primo aforisma del terzo libro appare dunque per la prima volta il concetto della “morte di Dio”. Quando queste ombre di Dio non ci offuscheranno più? La risposta del filosofo è quando verrà messa da parte ogni ombra di Dio, anche quella che ci fa credere che l’universo sia una macchina, esso non è certo costruito per un fine. L’universo non è bello né perfetto e non vuol diventare nulla di tutto questo. Esso non è toccato dai nostri giudizi estetici e morali e non conosce neppure leggi, non ci sono necessità e dunque nessuno che comanda o obbedisce. Guardiamoci dal dire che morte sarebbe l’opposto della vita, il vivente è soltanto una verità dell’inanimato. La materia è un errore. Quando avremmo sdivinizzato la natura e avremmo naturalizzato l’uomo, forse allora si sarà compiuta una svolta contro le “ombre”.

Quella che noi chiamiamo «spiegazione» è in realtà «descrizione», noi descriviamo meglio rispetto agli antichi, ma spieghiamo tanto poco quanto tutti i nostri predecessori. Abbiamo scoperto una successione molteplice, laddove l’uomo ingenuo e il ricercatore delle civiltà più antiche vedevano soltanto due cose: «causa» e «effetto», abbiamo reso l’immagine del divenire perfetta ma senza andare oltre l’immagine. Probabilmente non è mai esistita tale dualità, in verità dinanzi a noi c’è un continuum di cui isoliamo un paio di frammenti, non vediamo dunque ma deduciamo. Un intelletto che vedesse un continuum non al modo nostro, che vedesse il reale flusso dell’accadere rigetterebbe i concetti di causa ed effetto in blocco, essi sono soltanto l’effetto postumo della più antica religiosità.

L’uomo è sempre stato educato dai suoi 4 errori: il primo è che si vide solo incompiutamente, il secondo che si attribuì qualità immaginarie, il terzo è che si sentì in una falsa condizione gerarchica in rapporto all’animale e alla natura e infine il quarto che escogitò tavole di valori nuove definendole eterne e incondizionate. Se si esclude dal computo l’effetto di questi 4 errori si escluderà anche l’umanesimo e la dignità dell’uomo. Le valutazioni e le gerarchie della morale sono sempre l’espressione dei bisogni del gregge, ciò che risulta ad esso utile in primo luogo. Con la morale il singolo viene educato a essere in funzione del gregge. Poiché le condizioni di conservazione in diverse comunità sono differenti, sono esistite ed esisteranno sempre morali differenti. La moralità è l’istinto del gregge nel singolo.

Il testo prosegue con uno dei passi più celebri dell’intera storia della filosofia, l’aforisma 125 L’uomo folle, nel quale viene annunciata la morte di Dio. Una mattina un uomo folle, metafora di un filosofo-profeta, si recò munito di lanterna in un mercato, gridando di cercare Dio. Dato che il mercato era frequentato da persone che non credevano in Dio, quelle parole suscitarono grandi risa: metafora dell’ateismo ottimistico-superficiale filosofi ‘800. In tanti chiesero ironici «Si è smarrito come un bambino?» «Oppure sta ben nascosto?». Il folle gridò «Dove se n’è andato Dio?»  «ve lo voglio dire! L’abbiamo ucciso – voi e io! Siamo noi tutti i suoi assassini!». Il passo continua con suggestive righe in cui si sottolinea il carattere arduo e sovraumano dell’uccisione di Dio e il senso di vertigine e di smarrimento che segue lo svanire di ogni ubi consistam, tramite sempre l’utilizzo di un linguaggio allegorico, come lo svuotamento del mare e la mancanza di un alto e un basso. Successivamente seguono le parole più intense, che nel testo originale suonano così: «Gott ist tot! Gott bleibt tot! Und wir haben ihn getötet!». L’uomo folle si chiede se per poter accettare questa notizia non occorra farsi déi, qui appare per la prima volta implicitamente il concetto di Übermensch, trasformarsi in superuomo per essere degni della morte di Dio. Il folle però, prese la sua lanterna e la scagliò a terra e disse di arrivare troppo presto, allegoria di un’idea che non è ancora un fatto di massa. Infine, Nietzsche scrive che quel giorno l’uomo folle si recò in alcune chiese e le definì come i sepolcri di Dio, alludendo alla crisi moderna delle religioni.

Il terzo libro prosegue nell’attaccare la religione cristiana, definendo la preghiera come un processo meccanico per anime a cui è ignota un’elevazione e sostenendo che la parola del Cristo non avrebbe avuto lo stesso successo in una terra non dominata dalle leggi del terrore di Dio.

Nietzsche definisce il peccato come un’invenzione ebraica, il cristianesimo ebbe di mira l’ebraizzazione del mondo intero. Come vi sia riuscito in Europa basta confrontarlo con la Grecia antica in cui non esisteva il senso del peccato. L’asserzione «solo se ti penti Dio avrà misericordia» sarebbe motivo di riso per un greco, sarebbe visto come segno di schiavitù. Ogni azione deve essere presa in considerazione relativamente alle sue conseguenze soprannaturali per un cristiano. I Greci, al contrario, trovavano più naturale dare una dignità al crimine, al furto come per Prometeo e ad un’uccisione per invidia come per Aiace. E la loro dignità verso il delitto ha generato la tragedia, arte estranea all’ebreo. Il tentativo di ebraizzazione dei cristiani è riscontrabile anche per il loro giudizio negativo per le passioni, in particolare Nietzsche si sofferma sul punto di vista di Paolo di Tarso, il quale mirava al loro annientamento. I greci, invece, resero auree le passioni e le amarono.

Ritornando al concetto di amare prima il vizio e poi le virtù delle culture superiori, le popolazioni selvagge dagli Europei accolgono dapprima: alcool e cristianesimo, ossia i narcotici europei, cioè quelle cose che li porterà alla rovina.

Alla fine del terzo libro troviamo una successione di brevi aforismi, importante citare prima fra tutti: 270 Che cosa dice la tua coscienza? «Devi diventare quello che sei», in cui Nietzsche riprende un concetto ricorrente apparso già in De Laertii Diogenis fontibus, in una lettera all’amico Rohde e infine in quel che sarà il simile sottotitolo di Ecce Homo.

 

Libro IV: Sanctus Januarius:

Libro che inizia con un augurio per il nuovo anno: il 1882, in cui il filosofo scrive di dover rimanere ancora vivo, in quanto deve ancora per molto tempo pensare. Nietzsche si augura di imparare a vedere il necessario nelle cose. «Amor Fati: sia questo d’ora innanzi il mio amore!». Dedica poi un paragrafo a Genova dove stette dall’ottobre 1881 al marzo 1882.

Ritorna al centro della discussione il tema della scienza ed il suo progresso. La scienza è progredita perché prima ci sono stati maghi, alchimisti, astrologi che con le loro millanterie crearono la sete per il gusto delle potenze occulte e proibite. Così ora come queste figure appaiono preludi di scienza, un giorno, forse, anche la religione ci apparirà come un preludio, perché un giorno singoli uomini possano godere dell’intero autoappagamento di un dio e della sua forza autoredentrice.

Ritorna più volte anche il discorso intorno al tema morale, Nietzsche si dice avverso alle morali della negazione, quelle che suggeriscono: «non farlo!» «rinuncia!» «frenati!». Mentre, si dice ben disposto ad accettare morali che incitano a fare qualcosa. Quei maestri di morale che innanzitutto prescrivono all’uomo di mantenere il dominio di sé gli cagionano una strana malattia, una costante eccitabilità, inducendolo a guardare con sospetto ogni istinto, obbligandolo a stare sempre sulla difensiva. Come diventa insopportabile per gli altri, gravoso per se stesso e tagliato fuori dalle belle eventualità dell’anima, colui che cerca il dominio di sé. Occorre, invece, sapersi perdere per qualche tempo, se si vuole imparare qualcosa da ciò che non siamo noi. Il discorso morale del VI libro, si conclude con l’ attacco all’imperativo categorico di Kant, questa parola che provoca solletico all’orecchio di Nietzsche che non può far a meno di ridere quando l’ascolta. Kant lo stesso filosofo che parla della “cosa in sé”, concetto ancor più ridicolo, fu accalappiato dall’imperativo categorico, e con quello in cuore fece il cammino all’indietro smarrendosi in concetti come: Dio, anima, libertà e immortalità, come una volpe che smarritasi ritorna alla sua gabbia. È egoismo sentire il proprio giudizio come legge universale, chi dice ciò, non ha fatto ancora cinque passi verso la conoscenza di sé, altrimenti saprebbe che non esistono azioni eguali, che ogni azione una volta compiuta è compiuta in modo unico e irripetibile. Emettere sentenze morali deve ripugnarci, occorre epurare le nostre opinioni, dobbiamo diventare ciò che siamo, gli irripetibili legislatori di se stessi, quelli che si creano legge da sé. Dobbiamo diventare fisici per poi essere creatori, finora tutti gli ideali sono stati edificati sull’ignoranza della fisica o in contraddizione ad essa. Dunque lode alla fisica, scrive Nietzsche.

In seguito, l’aforisma 312 il mio cane, si intreccia con l’elemento biografico, che sottolinea il momento di sofferenza del filosofo, che scrive di aver dato un appellativo al proprio dolore e di averlo chiamato: cane. Un dolore fedele, invadente e spudorato su cui si può sfogare, come fanno gli altri con i propri cani, cioè: i servitori e le donne.

Prima ad arrivare ad altri punti epocali del pensiero nietzscheano, c’è un aforisma dedicato a Socrate. Egli non fu soltanto un gran chiacchierone, fu anche grande nel tacere, se avesse taciuto anche all’ultimo momento, sarebbe appartenuto ad una categoria di spiriti ancora più elevata. Le sue ultime ridicole parole, in cui si dice di essere in debito di un gallo ad Asclepio, significano «Oh Critone, la vita è una malattia», colui che non aveva fatto altro che di far buon viso alla vita, per tutta la durata di essa aveva nascosto il suo vero giudizio sulla stessa. Socrate ha sofferto e se ne è vendicato con quelle parole nello stesso tempo: atroci, velate, pie e blasfeme. «Dobbiamo superare anche i greci».

L’aforisma 341 il peso più grande è un’anticipazione del capitolo la Visione dell’enigma in Così parlò Zarathustra. «Che accadrebbe se un giorno o una notte, un demone strisciasse furtivo nella più solitaria delle tue solitudini e ti dicesse: “Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione […]. L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello della polvere!”. Non ti rovesceresti a terra, digrignando i denti e maledicendo il demone che così ha parlato? Oppure hai forse vissuto una volta un attimo immenso, in cui questa sarebbe stata la tua risposta: “Tu sei un dio e mai intesi cosa più divina?”». Il pensiero dell’eterno ritorno fin da qui palesa in forma seppur implicita il proprio carattere selettivo, fungendo da spartiacque fra uomo e superuomo. Infatti la reazione di terrore e il senso di peso di fronte alla prospettiva dell’eterno ripetersi del tutto sono propri dell’uomo, mentre la gioia entusiastica per l’eterna sanzione dell’essere è tipica del superuomo e della sua accettazione totale della vita.

L’aforisma successivo 342 Incipit tragoedia, ultimo nell’edizione 1882, segna un altro passaggio fondamentale della filosofia di Nietzsche, la comparsa di Zarathustra. Zarathustra compiuti trent’anni, gli stessi dell’inizio della predicazione del Cristo, andò sulla montagna e lì godette del suo spirito e della sua solitudine per dieci anni. Il suo cuore mutò e una mattina all’aurora si fece innanzi al sole e disse: «O grande astro! Che sarebbe la tua gioia se non avessi nessuno a cui dar luce?». Zarathustra comprende che lo splendore del sole sarebbe vano, se non ci fosse nessuno ad accoglierlo. «Io ora sono satollo della mia saggezza, come un’ape che troppo miele ha raccolto; ho bisogno di mani che tendano verso di me, vorrei donare e spartire». Zarathustra è cosciente che come il sole la sera, è arrivato il suo momento di “tramontare fra gli uomini”. «Questo calice vuole ancora vuotarsi, e Zarathustra vuole ancora diventare uomo». Così ha inizio il tramonto di Zarathustra, che aprirà le porte alla più grande opera nietzscheana.

 

Libro V: Noi senza paura:

Il grande avvenimento recente che Dio è morto comincia a gettare le prime ombre sull’Europa, ma si tratta di un avvenimento troppo grande, troppo distante purché possa dirsi già arrivata soltanto la notizia di esso. Ci dobbiamo preparare ad una serie di demolizioni, distruzioni e capovolgimenti. Crollerà tutto ciò che si appoggiava all’idea di Dio e una delle prime vittime sarà la morale europea. Noi figli prematuri, scrive Nietzsche, ci sentiamo illuminati da questa notizia come una nuova aurora, finalmente l’orizzonte ritorna ad apparirci libero, il nostro mare ci è aperto innanzi, mai un mare è stato così aperto. È compito di chi intravede questo mare aperto, intraprendere acque non ancora esplorate, come il problema del valore della morale, ed è ora necessario che lo si metta in questione.

Che siamo noi allora? Si chiede il filosofo. Definirci atei, miscredenti o immoralisti sarebbe riduttivo, siamo tutte e tre le cose insieme in uno stato troppo avanzato perché tutti possano comprendere. Il mondo in cui viviamo è sdivinizzato, immorale, per troppo tempo lo abbiamo interpretato secondo un bisogno. L’uomo è un animale venerante. Le generazioni future si troveranno dinanzi ad un out-out: «O cancellate le vostre venerazioni oppure – voi stessi. Quest’ultima cosa sarebbe nichilismo, ma non sarebbe anche la prima – il nichilismo? Questo è il nostro interrogativo».

Nella vecchia Europa la maggioranza ha ancora bisogno di cristianesimo, anche se lo si confutasse, continuerebbe comunque a tenere fede. Conformemente alla prova di forza di cui parla la Bibbia. Per alcuni la metafisica è ancora necessaria. La fede è sempre stata necessaria dove mancava la volontà, le due religioni mondiali buddhismo e cristianesimo hanno avuto origine dalla malattia di una volontà.

Nietzsche continua il testo interrogandosi sul vecchio problema di cos’è tedesco, cioè quali furono i pensieri dei tedeschi attribuibili alla gloria dell’intera stirpe. Inizia con Leibniz che l’ebbe vinta su Cartesio e i filosofi precedenti sul fatto che la coscienza è un accidens della rappresentazione, non un attributo necessario ed essenziale di essa, quindi quella che noi chiamiamo coscienza costituisce soltanto uno stato del nostro mondo spirituale e psichico. Prosegue con l’enorme interrogativo che Kant pose accanto al concetto di “causalità”, delimitando il regno entro il quale questo concetto ha senso. Infine con Hegel che tagliò corto con tutte le consuetudini e i vizi della logica, e osò insegnare che i concetti di specie si sviluppano l’uno dall’altro, ciò che consentì la preformazione degli spiriti europei per il darwinismo. C’è in questa innovazione hegeliana, che ha portato per la prima volta nella scienza il decisivo concetto di “svolgimento”, qualcosa di tedesco? Sì senza alcun dubbio qui c’è qualcosa di tedesco, dice Nietzsche. Per quanto riguarda Schopenhauer con il suo pessimismo, cioè per il suo problema del valore dell’esistenza, potrebbe non essere stato un tedesco. Il tramonto della fede cristiana e del Dio cristiano, la vittoria dell’ateismo scientifico è un avvenimento europeo e tutte le stirpi devono avere il proprio onore. Diversamente furono proprio i tedeschi contemporanei di Schopenhauer che contribuirono nel ritardare la vittoria dell’ateismo scientifico, Hegel prima di tutti. Ancora oggi i tedeschi non sono pessimisti mentre Schopenhauer lo fu, non come tedesco ma come buon europeo.

Nell’aforisma 358 l’insurrezione contadina dello spirito, Nietzsche sostiene che coloro che si batterono per conservare il cristianesimo furono proprio loro i suoi maggiori distruttori. La riforma luterana fu l’esasperazione della semplicità contro qualcosa di molteplice, un grossolano fraintendimento. Non vide la Chiesa vittoriosa ma vide solo la corruzione. La volontà di restaurazione dell’edificio romano si tradusse in opera di distruzione, consegnò ad ognuno le Sacre Scritture, finendo anche in mano ai filologi, cioè distruttori di ogni fede che riposa in un libro. “ognuno è sacerdote di se stesso”, dietro a questa scaltrezza da contadino si nascondeva in Lutero l’odio abissale contro l’uomo superiore come concepito dalla Chiesa, egli distrusse l’ideale che non seppe raggiungere. Operò all’interno della Chiesa una rivolta contadina. Questa rivolta ha favorito l’avvenire della scienza moderna ma è anche responsabile del plebeismo dello spirito di molti dotti europei.

Non mancano fra gli Europei coloro che hanno il diritto di chiamarsi “senza patria” depositari della “gaya scienza”, sono coloro avversi a tutti gli ideali che fanno sentire a casa, coloro che non conservano nulla, che non sono liberali, che non lavorano per il progresso, che non auspicano all’uguaglianza di diritti, stufi dell’alternanza padroni e schiavi. La religione della compassione è qualcosa per donnicciole isteriche. Essi non amano l’umanità non sono nemmeno tedeschi nell’uso comune. Mentre qualche pagina prima, Nietzsche, si era scagliato contro l’idealismo, ora attacca il nazionalismo e l’odio razziale che crea ancora frontiere. Essi preferiscono vivere in disparte, «da inattuali», da “Buoni europei”.

Quando si scrive non si vuole soltanto essere compresi, ma anche essere incompresi, se una persona non comprende forse che era proprio intenzione dell’autore non scrivere per chiunque. Come immoralista ci si deve guardare dal corrompere l’innocenza. Non c’è nulla di più divertente che vedere vecchi asini entusiasmati da dolci sentimenti e dalla virtù. Nel libro V appare poi nuovamente Zarathustra, che afferma di aver visto questi vecchi e queste zitelle eccitate. Sulla brevità dei suoi versi, dice Nietzsche, che così si comporta con i problemi profondi, presto dentro presto fuori. Mentre per quanto riguarda l’ignoranza non fa mistero della vergogna che prova, ma a volte si vergogna di questa vergogna, in quanto tutti i filosofi con il rigoglio della scienza scopriranno di sapere troppo poco, ma sarebbe un problema anche scoprire di sapere già troppo. I filosofi sono diversi, hanno altre esigenze, occorre loro di più, ma anche di meno. Noi uomini nuovi, infine scrive Nietzsche, abbiamo bisogno di una grande nuova salute, una salute che si conquista di continuo perché va continuamente sacrificata. Un ideale ormai ci precede, un ideale con cui comincia una grande serietà, con cui l’anima ha la sua svolta, «la lancetta si muove, la tragedia comincia…»

 

Appendice: Canzoni del principe Vogelfrei:

Si tratta di quattordici canzoni che concludono l’edizione del 1887 de La gaia scienza. La parola «Vogelfrei» solitamente non viene tradotta e in tedesco significa «proscritto» «messo al bando» «fuorilegge». La prima canzone A Goethe è una parodia del finale del Faust. Importante citare la penultima canzone Sils-Maria, dove Nietzsche confessa di aver avuto per la prima volta l’idea di Zarathustra, mentre attendeva e nulla attendeva, improvvisamente «E Zarathustra mi passò vicino…». Il testo si conclude con Al maestrale, poesia che presenta uno stile letterario raffinato, che come detto in precedenza, Nietzsche definirà in Ecce Homo, come una danza al di sopra della morale. Un estratto di questa stessa poesia, che potrebbe racchiudere in una battuta il senso dell’intera opera: «Libera – sia chiamata l’arte nostra / Gaia la nostra scienza!»

 

 

 

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